20 luglio 2017

Ogni anno

Ogni anno, di oggi, scrivevo una cosa qui o, meglio, lasciavo un semplice segno in memoria di un ragazzo. Quest'anno ci metto due parole anche se non so nemmeno io quali; da quel giorno nero di Genova ne sono state dette tante e non mi va di aggiungere frasi a frasi, tengo i miei pensieri per me, per rimanere stabile mentre vedi tutto che traballa intorno, vedi la schiuma alla bocca della gente, l'ignoranza che prevarica logica e umanità.Vedo un odio che aumenta giorno per giorno fomentato da chi da quell'odio ci guadagnerà soltanto. L'unico gesto che mi viene invece è un abbraccio, il gesto più semplice che c'è ma che, alla fine, renderebbe le cose migliori (a mio parere).
Ciao Carlo.

03 luglio 2017

Torno qui

Torno qui come si torna in una casa in cui hai vissuto tanto, chiusa da molto tempo. Come fosse la casa in cui sei cresciuto, tanto, ma in cui ormai non metti quasi più piede. Entro e guardo la polvere farsi pulviscolo nel controluce della porta, i lenzuoli che coprono i mobili, fantasmi delle mie parole passate. Non accendo la luce, vado a memoria fino alle finestre, le apro, faccio entraria aria e luce; tutto intorno scricchiola, sono le frasi che ho lasciato qui, si muovono come topi nei muri, ormai unici abitanti della casa. Guardo il salone principale riprendere i contorni che aveva anche se stento a riconoscerli, almeno al primo sguardo, poi la memoria mi ridisegna tutto, le parole, le persone, gli incontri, le risate e tutto il resto. Controllo che tutto funzioni, che ci sia elettricità, acqua, gas, come dovessi tornarci e forse succederà; volevo solo rendermi conto, tornare a quando versavo qui quasi ogni pensiero. Il divano è ancora comodo anche se, sedendomi, faccio alzare un po' di polvere, rovino la festa a qualche migliaio di acari che non si aspettavano di essere disturbati. Faccio il giro delle stanze, sorrido ai ricordi, ai racconti, e mi avvio verso la porta. Con la promessa di tornare.

04 maggio 2017

La resa dei gamberetti

L'altro giorno pulivo i gamberetti per il pranzo; sono molto meticoloso quando lo faccio, per prima cosa levo tutte le teste e le metto da parte per portarle ai gatti randagi; so che potrei farci un'ottima bisque ma bisogna fare il fondo di pomodoro e cipolla, poi mettere le teste e rosolarle, schiacciarle per bene, sfumare, aggiungere l'acqua, far cuocere. Tra questo e vedere i gatti che escono a code ritte e sgranocchiano le teste come fossero chips preferisco la seconda, e poi per una volta non gli do i soliti croccantini. Levate tutte le teste comincio a togliere il carapace; stacco le zampette e partendo dalla parte più grossa comincio a staccarlo, poi con due dita premo sull'ultimo tratto di coda e tiro via tutto; a meno di gesti inconsulti così facendo il gambero rimane bello pulito intero. Fatto questo tolgo il filetto interno, l'intestino; solitamente viene via abbastanza facilmente tirandolo dalla punta ma nel caso sia più ostico del previsto con un coltellino incido la schiena e lo tiro fuori. Finita la pulizia li lascio un attimo a scolare i liquidi in eccesso così una volta in padella non annacqueranno il sugo ma si manterranno belli sodi. Alla fine di tutto guardo sempre il mucchietto di gamberi che ho ottenuto, si è no una manciata; dal mezzo chilo che di solito compro, levata testa, levato il carapace, levato il filetto, mi rimangono sì e no poco più di duecento grammi di polpa che in cottura subirà un ulteriore calo di peso; in pratica la resa dei gamberetti è meno del cinquanta percento del loro peso di partenza, quando li vedi lì, belli, lucidi, con le loro antenne, la corazza. Ecco, ogni volta mi viene da pensare che per molte persone vale lo stesso discorso.

30 marzo 2017

Arturo Fresconi

Arturo Fresconi è un fascista, ma non di quelli "DIOPATRIAFAMIGLIA", quelli che, in casa, tengono il busto di Mussolini e lo mostrano con orgoglio agli amici, aggiungendo un nostalgico "Ah, se ci fosse lui..." a cui sperano si affianchi sempre un coro di "davvero" mormorati a mezza voce quasi fosse una commemorazione. No, Arturo è di quei fascisti nascosti, quelli che si dicono "liberistii" e che credono in un libero mercato, ma solo di italiani; di quelli che davanti all'ennesimo sbarco di disperati sulle nostre coste dicono "andrebbero aiutati a casa loro" pensando dentro di sè "ma perché non li prendiamo a cannonate?!". Arturo fa parte di quella bella fetta di benpensanti con la pancia piena che sotto sotto fa il tifo per l'uomo forte, che spera in Putin, che ha avuto un orgasmo con l'elezione di Trump dove, incredibilmente, si è spinto addirittura a commentare con un sommesso "ci stupirà". Arturo era così già da ragazzo, all'università era quello con la borsa di pelle in mezzo a quelli con gli zaini; quello che invidiava, in segreto, quelli con le bretelle e gli anfibi, che magari faceva anche la battuta "però son comode" e rideva solo lui. Arturo non partecipava alle manifestazioni ma si fermava lì, nella piazza accanto, sperando nelle cariche della polizia o nei manganelli di quelli in bretelle per poi tornare a casa e dirsi scosso e preoccupato "per la deriva di questo bellissimo Paese". Arturo è di quelli che si nasconde, sicuro del proprio pensare, dietro concetti di massima cercando una platea che applauda al suo essere equilibrato ma che, dentro, ad ogni applauso ed approvazione ha un brivido che dal cervello gli arriva fino all'inguine.

07 gennaio 2017

Libri letti 2016

1) Alessandro Robecchi – Dove sei stanotte
2) Pietro Colaprico – Trilogia della città di M.
3) Alessandro Robecchi – Di rabbia e di vento
4) Giuseppe Ferrandino – Pericle il Nero
5) Romano De Marco – Città di polvere
6) Roberto Costantini –alle radici del male
7) Tommy Dibari, Fabio Di Credico – Non ho tempo da perdere
8) Claire Bessant – Cosa vogliono i gatti
9) Roberto Costantini – Il male non dimentica
10) Roberto Bolano – I detective selvaggi
11) Donato Carrisi – L'ipotesi del male
12) Tito Faraci – La vita in generale
13) Mirko Zilahy – E' così che si uccide

Temevo peggio come letture un questo 2016, ma alla fine almeno un libro al mese è stato letto, certo avrei preferito di più ma devo dire che il libro di Bolano, un tomo di più di 800 pagine, scritte in piccolo, mi ha portato via abbastanza tempo; gran bel libro ma complesso da digerire, un sacco di personaggi e nomi da ricordare, e storie, e intrecci. Per il resto molti, moltissimi noir, ma si sa che ormai sono il mio genere preferito. Spero che il vostro anno sia cominciato bene; un abbraccio!

23 dicembre 2016

Pinuccio Randòm

Pinuccio Randòm, al secolo Giuseppe Milella, ha una macelleria in fondo a via Trevisani e una fiorente attività serale di “fornello improvvisato” sul lungomare. Lo chiamano “Randòm” perché non ha una sede fissa; la sera, quando intorno alle sette e mezza chiude il negozio, carica in macchina una quintalata tra salsiccia e bombette varie, passa da casa a prendere sua moglie Filomena e quattro casse di Peroni da 66cl; casse che basteranno sì e no alle necessità sue, di Filomena e di suo figlio Minguccio, centoventi chili di ventiduenne per un metro e novanta. In macchina ha già pronta la fornacella da campeggio e due bustoni di carbone di legna. A quel punto Pinuccio si avventura sul lungomare e il primo parcheggio libero che trova pianta il suo “fornello improvvisato”, poi chiama suo figlio Minguccio e si fa portare due sacchi di panini che accoglieranno salsiccia e bombette, la galetta da cinquanta litri e tre stecche di ghiaccio industriale in cui verranno messe a dimora le prime otto o dieci Peroni da 66cl, diciamo come aperitivo. Pinuccio controlla da che parte tira il vento e orienta la fornacella che, con l’ausilio di abbondanti spruzzate di alcool etilico, in un attimo si trasforma in una colonna di fuoco e fumo da essere avvistata con facilità dall’Albania; Pinuccio fa abbassare la fiamma, solitamente con un rutto di Peroni ghiacciata, e appronta la prima graticola di carne da arrostire; intanto tra lui, Filomena e Minguccio la prima cassa di Peroni è finita e la seconda è in ghiaccio. L’addetto alle bevande è Minguccio che appena vede che iniziano a scarseggiare si fa il giro di tutte le “società” tra Bari Vecchia, Madonnella e Carrassi e si procura il biondo nettare. Intanto, meglio di uno spot, il profumo della carne sul fuoco fa avvicinare i primi affamati che, alla modica cifra di cinque euro riescono ad avere, a scelta, o panino con salsiccia e Peroni da 66cl “sudata” o panino con bombette con ripieno misto e Peroni da 66cl “sudata”; il menù non è molto vario ma la cosa non sembra interessare molto vista la fila che, solitamente, si forma davanti al “fornello improvvisato”. Il tutto condito dalle massime di vita di Pinuccio che tra un colpo di pinza per girare la carne prima che bruci ed un sorso alla bottiglia di Peroni che porta appesa alla cintura, espone la sua personale weltanschauung in un misto di dialetto e italiano, perché non si sa mai ci siano turisti che non capiscono l’idioma locale. “P’cè la fem’n, la donna, a da iess coom alla Peroon, a va iess S’DAAT”, cosa, il turista, possa capire oltre alla parola “donna” è un mistero chiuso nella testa di Pinuccio ma va da se che il gesto e soprattutto l’espressione allusiva al paragone tra la Peroni che “suda” e la donna non lasciano molto spazio all’immaginazione. A quel punto Filomena, seduta accanto alla galetta delle birre, si fa una risata bitonale da increspare i vetri delle macchine parcheggiate e dice, sempre, “Semb u sceem a da fa” e scambia uno sguardo con il marito che pare promettere fuoco e fiamme. In alcune giornate speciali, solitamente in estate, al posto delle solite salsiccia e bombette Pinuccio mette sulla brace i polpi. Quando vede che la giornata e serena ed il mare piatto chiama suo cugino Giangaspero Menicucci, detto “U Ch’zzaal” per via dello scialo di cozze a Torre a Mare, e gli chiede se la sera andrà a pesca di polipi o se ha uno sbarco di sigarette di contrabbando. Naturalmente al telefono i due cugini usano un codice per non essere intercettati dalla Finanza:

Giangaspero: “Auè Pinù ce je? T’a’ppò?”
Pinuccio: “T’a’ppò Giangà. Ste bbuun?”
G.: “Essèin ce je? Probblem?”
P.: “Ennùd Giagà josc a po’ o a biò? C’a fè?”
G.: “A biò je mazz. A po’, t serv’n?”
P.: “J’arrost Giangà vit c n jakj assè”
G. “E viin pur tu!”
P.: “A sciuut n’acchjaam a nderrlalanz”*

*G.: “Buongiorno Giuseppe che succede? Tutto a posto?”
P.: ”Tutto abbastanza bene Giangaspero. Tu? Stai bene?”
G.: “Ma certo, ma sicuro che non succede nulla? Ci sono problemi?”
P.: “Ma nulla Giangaspero solo mi chiedevo se oggi andrai a polpi o a scaricare sigarette. Che farai?
G.: “Mah, è periodo di magra per le sigarette. Penso che andrò a pescare polpi, te ne servono?”
P.: “Pensavo di fare i polpi arrostiti Giangaspero; sarebbe possibile averne un considerevole quantitativo?”
G.: “Beh ma vieni a darmi una mano, scusa!”
P.: “Mi par giusto, ci troviamo sul Lungomare di Crollalanza”

La battuta di pesca solitamente dura tutta la notte, in una barchetta dal fondo trasparente con una lampada appesa davanti e, dentro, un quantitativo di birra bastevole per la ciurma di un cargo battente bandiera liberiana. Una volta procurati i polpi Pinuccio e Giangaspero solitamente vanno, il mattino dopo, sugli scogli davanti al faro ad arricciarli sbattendoli per intenerirne le carni e, nel mentre, fischiano alle ragazze che prendono il sole. Una volta si trovò a passare lì davanti Filomena e sentì Pinuccio dire ad una ragazza “Moh signorì se vuole do un’intenerita pure a lei”, il suo “MO CA VIIN A CAAAAAAS” (ne riparliamo quando torni a casa) fu sentito fino nell’entroterra di Corato; quella sera non ci fu nessun “fornello improvvisato” e Giangaspero dovette vendere allo scialo, oltre alle cozze, dodici chili di polpi già inteneriti. A parte quella rara eccezione la braciata di polpo è molto richiesta e solitamente la scorta di polpi, panini e birre viene consumata in brevissimo tempo tanto che nasce sempre l’esigenza di trovare altro da mettere sulla brace prima che la clientela delusa passi alla concorrenza, tale Maria la N’Zivosa (non propriamente dedita alle regole base dell’igiene) che frigge le sgagliozze in piazza Ferrarese. Il più delle volte tale mancanza viene colmata mandando Minguccio ad acquistare una quarantina di fette di mortadella spesse un dito che arrostite e condite con olio e limone farciscono i restanti panini. Appare chiaro che l’attività di “fornello improvvisato” non sia propriamente legale non avendo nessuna autorizzazione amministrativa, sanitaria e fiscale se non il benestare dell’arciprete della basilica che passa tutte le sere a benedire il cibo e se ne torna in canonica con due panini e due birre; dunque capita, a volte, che arrivino pattuglie di vigili urbani in assetto antisommossa per far immediatamente cessare l’attività di “fornello improvvisato”; a quel punto solitamente Pinuccio dice che non sta vendendo niente ma è solo un “barbecue di famiglia” e sono tutti parenti. Una volta dovette spacciare due turisti giapponesi per i figli di uno stracugino di suo padre emigrato in Oriente per esportare le cozze crude; per fortuna solitamente il problema si risolve con un paio di panini in amicizia ed una Peroni a giro, tranne quella volta che Minguccio, lievemente alticcio dopo 12 Peroni da 66cl e una bottiglia e mezza di amaro Lucano, scambiò il capo dei vigili per un rapinatore e gli mollò un ceffone talmente forte che il poverino per due giorni chiese se qualcuno avesse preso la targa di chi lo aveva investito. Quella sera finirono tutti in caserma, anche due turisti norvegesi che Pinuccio aveva spacciato per nipoti di terzo letto di sua zia; tornarono a casa con dieci chili di carne avanzata, una cassa di Peroni, quaranta panini, una multa di 570 euro per “fornello abusivo e percosse a pubblico ufficiale” e Filomena svenuta per la vergogna di essere stata portata in caserma.



BUON NATALE A TUTTI!!!

29 settembre 2016

Tizio e Caio e il mercato dei panini

C'erano una volta due ragazzi, Tizio e Caio, entrambi avevano lo stesso sogno, aprirsi una paninoteca e vendere panini; Tizio e Caio non si conoscevano ma avevano questo stesso sogno, su per giù nello stesso periodo decisero, sia Tizio che Caio, di materializzare quel sogno e così si aprirono una paninoteca; Tizio in via del Re, Caio in una parallela, via della Regina. Entrambi facevano panini abbastanza buoni c'era chi andava da Tizio a mangiare la salamella al sugo e chi andava da Caio a mangiare il panino con la frittata e la gente diceva "che buoni i panini di Tizio", "che buoni i panini di Caio" e allora magari chi andava sempre da Tizio andava qualche volta da Caio e chi andava sempre da Caio qualche volta andava da Tizio. Tizio e Caio avevano due locali piccoli ed i loro tavoli erano più o meno sempre occupati. Un giorno però arrivò in città il Signor Voinonvaleteuncazzo, questi aveva tentato, un tempo, di fare panini anche lui ma i suoi panini facevano obiettivamente cacare, lui era scontroso, supponente e pensava di fare i panini più buoni del mondo ma aveva capito, sotto sotto, che piacevano solo a lui e a due o tre palati bruciati che gli giravano intorno. Un giorno capitò nella paninoteca di Caio e vide che la gente mangiava i suoi panini ma che i tavoli erano pochi e pensò "quasi quasi questo è abbastanza scemo da farsi fregare" e andò da Caio e gli disse "ma lo sai che tu potresti guadagnare molto di più?", "e come?" chiese Caio, "con il passaparola indotto", Caio guardò questo signore dallo sguardo non proprio intelligente e disse che non aveva capito; allora il Signor Voinonvaleteuncazzo disse "lascia fare a me" e Caio, che non pensava di avere molto da perdere, gli disse va bene. Il Signor Voinonvaleteuncazzo andò da tutti i piccoli commercianti di via della Regina e li riunì, una sera, nella paninoteca di Caio. Il Signor V. chiamiamolo così per abbreviare disse che tutti loro potevano guadagnare di più, dovevano semplicemente farsi pubblicità a vicenda e quindi dovevano tutti dire che i panini di Caio erano i più buoni, le scarpe del ciabattino Sempronio erano le migliori, i formaggi del salumiere Mezio erano fantastici, anche se i panini di Caio non gli piacevano, le scarpe di Sempronio si rompevano e i formaggi di Mezio puzzavano. E così cominciarono ad andare in giro dicendo così, e tutti loro mangiavano da Caio che anche lui andava sempre in giro a dire di Sempronio e Mezio e aveva meno tempo per fare la spesa ed allora i panini erano un po' meno buoni ma c'erano sempre Sempronio, Mezio e V. che mangiavano lì e chiamavano la gente per mangiare lì e la gente vedeva che c'erano loro seduti e dicevano "ma se mangiano loro sempre qui significa che i panini sono buoni" ed entravano a mangiare, i panini non erano così buoni ma ormai li stavano mangiando. Tizio intanto continuava a fare i suoi panini mediamente buoni ma la gente che entrava era meno "avranno meno fame" pensava Tizio, e continuava a fare i suoi panini. Intanto Caio, Sempronio, Mezio e V. andavano dicendo che in realtà i panini di Tizio non è che fossero così buoni, che lo diceva anche Sofronia, la sarta di via della Regina, che era la più brava di tutte, aggiungevano loro e così anche Sofronia mangiava i panini di Caio che però erano sempre peggiori, metteva le scarpe di Sempronio, che si scollavano facilmente e comprava i formaggi di Mezio, che ormai rifiutavano pure i topi, perché pensavano più a girare in tonto ed allargare il giro che ai loro prodotti. Dopo qualche mese a Tizio erano rimasti sì e no i clienti affezionati e continuava a sfornare i suoi panini mediamente buoni e fragranti, mentre Caio si era allargato, aveva avuto un prestito dal Signor V. come anche Sempronio, Mezio e Sofronia ed aveva il locale pieno, solo che i panini facevano sempre più schifo ma tanto ormai il palato delle persone si era abituato e si mangiavano tutta la merda che sfornava e diceva di essere contento, peccato che alla fine pagasse un sacco di interessi al Signor V., così come Sempronio, Mezio e Sofronia; guadagnando meno di quando faceva panini mediamente buoni ed era allo stesso livello di Caio.
La morale della favola tiratela un po' voi.